‘GAME LAB’: un gruppo di socializzazione con giochi da tavolo e di ruolo (parte 2)

...continua dalla parte prima dell'articolo.

Fa parte della struttura di questo gioco fantasy alla fine di ogni sessione fare  un'analisi delle cose successe in gioco, cosa si è imparato, come è cambiato il proprio legame con gli altri personaggi, cosa si è conquistato. E' un'analogia importante con la vita reale: si fa esperienza del mondo, cambiano i rapporti con le persone conosciute, se ne incontrano di nuove, poi nei momenti di introspezione magari nella terra di mezzo che precede il sonno dove la razionalità inizia ad abbassarsi, capita che si passino in rassegna le avventure di quella giornata e le immagini che arrivano dimostrano in sé la salienza ed il valore psicologico di quelle esperienze in mezzo alle tante del quotidiano. Si legano le immagini delle esperienze fatte con le immagini di sé, le si valuta sulla base delle emozioni sentite, si cerca di chiarificare, cosa ha risuonato in maniera armonica, cosa ha stonato, si cerca un senso che faccia da filo conduttore alla propria storia personale, al passato e al futuro che verrà, a partire dall'indomani stesso. 

Ogni situazione gruppale, in cui ci siano almeno 3 soggetti, é in un certo senso possibile solo se si accetta e si tollera il vissuto di competizione. Da un punto di vista psicoanalitico parliamo di dinamica edipica, quando entra oggetto terzo accanto alla dualità di una relazione.  Nei  gruppi di adolescenti e di giovani adulti, tra le varie questioni da affrontare vi é quella di doversi un po' conquistare uno spazio di relazione, imparare a esprimersi per affermarsi e così 'competersi' un po' l'attenzione e l'ascolto dell'altro. Accanto a questo a volte bisogna accettare una posizione passiva, quando lo spazio è impegnato dalle conversazioni o dal gioco degli altri. 

ALCUNE DINAMICHE RELAZIONALI 

Tra due ragazzi si è creata in più di un'occasione una dinamica di incontro/scontro, le proiezioni si sono attivate e due caratteri, forse in fondo per un bisogno simile di essere visti, si sono contesi un po' la scena e le decisioni del gioco e si sono permessi battute più aggressive (senza cadere nell'offesa diretta). Proiezione è quando mettiamo una parte di noi sull'altro, e si esperisce un filtro che dà significato all'esperienza con un altra persona. E' un meccanismo normale anche se quasi sempre inconscio, serve a dare senso e consistenza al mondo in cui viviamo, c'è una proiezione ideale su tutto ciò che amiamo e che ci appassiona. Diventa patologico quando le proiezioni sono rigide, non lasciano mai la scena ad altri processi che modulano e depotenziano le proiezioni stesse ed offrono un servizio al senso di realtà, quando la vita psichica perde complessità ed elasticità, tutto si fissa in maniera categorica e difficilmente può essere messo in discussione. 

Lo spazio di terapia personale è stato utile per capire ed affrontare alcuni vissuti che si possono avere da partecipante: “A ha detto quella cosa per farsi vedere”, “Ho un problema con B. ce l'ha con me”, “E' chiarissimo che A e B fanno comunella”. Sono modi interpretativi, non estremi, di dare un senso alle relazioni e che fanno emergere bisogni narcisistici più profondi, il desiderio di essere ascoltato, di affermarsi ma anche la paura di sentirsi escluso e non accettato. Un giorno un ragazzo, durante una seduta a due, fa un buon insight “Ho capito che in tutte le cose che vivo il mio bisogno è esprimermi”. Di risposta, offro il mio assist per il movimento identificatorio : “Forse anche A ha bisogno di esprimersi, per questo quando si parla di un film racconta tutte le cose che sa”. 
C'è un punto in cui l'affermazione dell'altro può essere vissuta come prevaricatoria, come un mors tua vita mea. In realtà la dinamica proiettiva nasconde anche la paura di esprimere sé stessi e di prevaricare, offendere l'altro con la proprio affermazione/differenziazione. La tendenza difensiva è poi immaginare situazioni dove tutti sono alla pari, nessuno è diverso, dove non esiste competizione e pensare agli altri come se vivessero tutti le stesse cose dentro di loro.
Un meccanismo difensivo, che protegge dal cambiamento e dalla definizione di sé e rivela la sottostante paura di crescere e di diventare adulti.  

E' stato interessante vedere anche come da parte di due membri ci siano stati moti di empatia e di cura verso il ragazzo che più fatica nella dimensione simbolica del gioco di ruolo. Sentendo la sua assenza, la sua fatica a partecipare, sono stati loro stessi più volte ad indicare al ragazzo 'silenzioso' quando poter usare il proprio personaggio o quando al gruppo era utile un'arma in suo possesso o una sua skill (competenza). Il master in più occasioni ha modulato la storia anche per venire incontro al personaggio del giocatore più in ombra, che per caratteristiche personali tende a difendersi più nel proprio mondo interno e a non riuscire a fare attenzione a molti passaggi della narrazione e della dinamica di gioco. 

RIFLESSIONI FINALI SUL 'GAME LAB'

La cosa interessante dei giochi è il fatto che smuovano le capacità associative della mente. E' diventato frequente, ed anche abitudine, che qualcuno citi un film, una serie o un libro e lì il gioco si ferma lasciando spazio ad una comunicazione più libera e spontanea. A volte battute con allusioni sessuali in gruppo hanno suscitano una sana ilarità e un contatto maggiormente pulsionale con la vita.  

Possiamo osservare una continuità e una possibilità di crescita psicologica nella sequenza delle attività di gioco di un gruppo che si ritrova ogni settimana per un periodo di molti mesi. Dal gioco di carte semplice per rompere il ghiaccio, che ha un valore principalmente introduttivo ed ansiolitico, al gioco da tavolo competitivo, poi a quello collaborativo, fino al gioco di ruolo, dove si simula la poliedricità del mondo reale. Ognuno di questi livelli di esperienza di gioco condiviso richiede una capacità maggiore di vivere (e sopravvivere ad) una maggiore complessità di emozioni, di stati d'animo, di esperienze differenti. Sul piano strutturale, si tratta imparare a tollerare l'abbassamento di alcune difese e guadagnare elasticità a scapito della rigidità del funzionamento della mente. Giochi da tavolo dove con ruoli dall'inizio e giochi di ruolo effettivi, dove ognuno ha sue caratteristiche e peculiarità che può anche cambiare nel tempo, insegnano a guidare l'esperienza, a riconoscere le diversità dell'altro e capire quando per quella determinata situazione l'altro è più adeguato di te e ti è utile. In altre parole i ruoli muovono empatia ma solo quando viene riconosciuto che la differenza con l'altro non è discriminatoria ma peculiare e potenzialmente utile a sé stessi. Si gioca ma contemporaneamente si simula la vita reale, in cui non si basta a sé stessi se non pagando un caro prezzo. 

La realizzazione finale e l'ambizione terapeutica di un'esperienza di gruppo di gioco da tavolo e di ruolo sono quelle che il gruppo continui ad esistere anche senza la cornice esterna, che continui a giocare e a fare esperienza condivisa anche in assenza di un custode e in luoghi differenti. Sarebbe la prova che i confini interni di ognuno si sono maggiormente definiti nel tempo e che c'è meno bisogno di quelli esterni. Questa dinamica però non si può forzare, fa parte di quelle che l'osservatore partecipante non può controllare, sarebbe frutto di identificazioni e legami che diventano amicali che nascono solo dalla spontaneità e dalla singolarità unica e irripetibile dei partecipanti. Quello che noi professionisti socio-sanitari possiamo fare è avvicinare risorse ai ragazzi, offrire luoghi di esperienza temporanea protetta, rinunciando all'onnipotenza di sapere cosa succederà e cosa effettivamente ogni ragazzo potrà prendere da quella esperienza. Ci sono forze irrazionali nei legami che superano la possibilità di definirle e comprenderle appieno. Personalmente, i fattori che hanno dato un senso di riuscita a questa esperienza, i dati sperimentali di cui avevo bisogno per soddisfare il mio giudice interiore, sono stati due. Il primo è stato la visione di una scena incredibilmente normale, una sera in cui ragazzi parlavano insieme del più e del meno mentre si mangiava una pizza. Il secondo é stato la sensazione profondamente riposante e ripetuta in diverse occasioni che la mia presenza fosse  inutile. 

                                              Salvatore Morabito

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