Recensione di “La verità su tutto” di Vanni Santoni.

La verità su tutto Mondadori, 2022

Kumari risponde: O radiosa, questa esperienza può albergare tra due respiri. Dopo che il respiro è entrato dentro e subito prima che torni fuori- il beneficio.

E continua: Mentre il respiro si capovolge da giù a su, e di nuovo mentre il respiro svolta da su a giù- attraverso entrambe queste svolte- sii consapevole.

Ovvero, tutte le volte che l’inspirazione e l’espirazione si fondono, in quell’istante tocca il centro privo-e-colmo di energia.

Ovvero, quando il respiro è tutto fuori o si ferma da sé o tutto dentro e si ferma- in questa pausa universale, il piccolo io individuale svanisce”.

L’inizio di questo ultimo romanzo di Vanni Santoni coincide con l’inizio della crisi della sua protagonista, Cleopatra Mancini, che guardando un video e cedendo agli scherzi del meccanismo psichico della proiezione si ritrova improvvisamente in posizione di agente del male, di colpevole, di carnefice. Il senso di colpa per il tradimento con cui ha iniziato la sua attuale storia d’amore apre la strada all’affiorare di alcuni specifici ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza che fermano il suo dialogo interiore sul tema del male. Cleopatra si domanda se sia possibile esimersi dal commettere il male ed inizia anche un cammino reale che parta con l’andare a chiedere scusa ai destinatari di questi mali commessi. Santoni ci mostra un’identità che inizia a barcollare, raccontata in prima persona dalla protagonista ad un ascoltatrice quando sono già passati molti anni (e molte fasi) dai primi fatti narrati. Si scopre come anche il ruolo professionale di Cleo sia macchiato da questo male. Ricorda e ripensa a come il suo lavoro di ricercatrice universitaria in sociologia sia stato soprattutto frutto della raccomandazione dello zio professore e nonostante le sue naturali capacità organizzative e di leadership, la sua appassionata lettura dei fenomeni sociali, la stima della sua capa, il mondo attorno a sé va perdendo di senso. Senza averlo scelto si ritrova ad iniziare un profondo viaggio di ricerca dove, spaesata, cerca appigli al già noto e al buono che ha già costruito, come la sua storia con Laura, ma deve fare i conti con la forza impellente di domande sempre più radicali.

Chi si sottrae ai propri doveri terreni può giustificarsi soltanto assumendosi la responsabilità di una famiglia molto più vasta? E io che responsabilità mi stavo prendendo? Di chi?”

La nuova Cleopatra nascente porta avanti a fatica una quotidianità cercando nessi al di là delle rassicuranti concatenazioni razionali, usando sempre più quella che per Jung è una delle due forme del pensare, quella del sognare o del fantasticare, che segue impressioni ed immagini così come arrivano alla mente.

Non che mi aspettassi effettivamente delle verità: al massimo speravo in qualche segnale, una freccia magari mal costruita o fraintesa dalle stesse persone che la avevano eretta, che indicasse però una direzione…Questa riflessione si incrociò con un evento casuale- una coincidenza che mi parve notevole, giacché a quei tempi non sapevo che la sincronicità dipende dalla predisposizione e chi cerca segni e connessioni le troverà ovunque, mentre chi le rifugge non noterebbe il più clamoroso degli incastri”.

La scrittura in prima persona in pieno stile Santoniano (gergo diretto e colloquiale, espressioni dialettali) mi risulta inizialmente contorta, forse perché venivo dalla scrittura fluida e impeccabile (pur nell’infinità di vocaboli di linguaggi diversi) di Cartarescu in Solenoide. Ma andando avanti nella lettura, la storia di questa crisi ha avuto su di me un potere di conquista tale che ha trascinato nel suo flusso anche i passaggi più contorti e metariflessivi della narrazione.

Come spesso capita nelle crisi, quando le difese crollano e si scende ad un altro livello di coscienza, ci si avvicina al mondo delle immagini archetipiche e nel percorso di angosciosa solitudine iniziano ad apparire figure, interne o esterne, che offrono compagnia, conforto e possibili direzioni. E tra il dialogo interiore con la voce di Simone Weil e gli scambi intensi e pieni di spunti col vecchio saggio Morelli, la protagonista si ritrova a interrogarsi anche sul bene, su un cammino che ha sempre più una forte connotazione spirituale, prima spostando ad Oriente i temi delle sue bulimiche letture e andando poi a conoscere in prima persona piccole ed eterogenee comunità non convenzionali di persone presenti nel suo territorio. L’idea iniziale sarebbe stata di farne oggetto di un progetto di ricerca ripartito da zero ma non è altro che un ultimo tentativo di aggrapparsi ad uno scoglio di razionalità e certezza quando l’inarrestabile spinta interiore della ricerca stava già puntando direttamente allo sfaldamento delle categorie del pensiero, all’assoluto, alla verità su tutto appunto. L’inizio della pratica di meditazione e di ripetizione dei mantra sancisce questo passaggio. L’impatto con una solitudine ascetica che mette a rischio la sua stessa vita apre a Cleopatra nuovi incontri con persone che daranno senso e scandiranno le fasi del suo cammino di ricerca. insieme alla necessità, come invocano spesso i testi orientali, di trovare un maestro.

La vicenda della protagonista, che interseca uno spaccato di attualità tra il rinascimento psichedelico e la nuova caccia alle streghe delle destre, può esser vista come la parabola di una vita vissuta appieno e con coraggio che nel suo culmine si lascia sedurre dal troppo, e discende poi su cammino finale confuso e disorientato, quasi specchio della crisi iniziale, che comunque raggiunge una chiusura del cerchio, un compimento dotato di senso. Attraverso la ricerca di Cleopatra Santoni cita e dà valore a moltissimi libri, da classici della letteratura e della filosofia occidentale fino a testi sacri delle tradizioni orientali: Etty Hillesum,Nietzsche, Meister Eckhart, Crowley, Sant’Ignazio di Loyola, Patañjali, Bolaño, Tich Nath Han, la Bhagavadgita, solo per citarne alcuni.

La verità su tutto è un romanzo che cerca nello srotolarsi della sua narrazione una sintesi nel rapporto tra diverse forme di opposti: pensiero occidentale e pensiero orientale, dimensione individuale e dimensione trascendentale (l’Atman e il Brahman dell’induismo), introspezione riflessiva e costruzione di comunità di persone.

La risposta forse più autentica sta nel mezzo della narrazione, in medium stat virtus, quella forza che non cede agli opposti: quanta bellezza nel bizzarro gruppo di persone del Paradisino, nella scoperta delle loro personalità e delle loro storie, nel giro visite con lo psichiatra scoprendo gli emarginati folli di Vallombrosa.


Uno schema di connessione tra personaggi e trame della produzione letteraria di Santoni tratto da una sua intervista per la rivista letteraria digitale Il rifugio dell’ircocervo a cura di Loreta Minutilli e Giuseppe Vignanello.

Piccola digressione: chi conosce la produzione di questo scrittore sa che da anni viene attraversata da un gioco di collegamenti tra personaggi e trame dei suoi romanzi. In quello di cui stiamo parlando alcuni critici hanno individuato nell’anziano e competente Antonio del Paradisino l’Antonio padre e cornice de I fratelli Michelangelo, mentre la stessa Cleopatra era stata voce narrante della parte nominata l’Intelletto del libro di Santoni dedicato alla cultura rave Muro di casse. E tra le righe troviamo perfino lo stesso scrittore, il facilmente riconoscibile V. , mentre incontra Cleo ancora ricercatrice di sociologia per intervistarla proprio per i contenuti di quel libro. Vediamo due piani di realtà che si incontrano, lo scrittore incontra il suo personaggio e si fa aiutare da lui per il suo libro. Giusto per sottolineare che la letteratura realista racconta si’ la realtà ma si tratta principalmente di quella interiore di chi scrive, del suo mondo di immagini e di come creativamente decide di organizzarle.

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